Abbiamo incontrato questo disegnatore, un narratore attraverso le immagini, alla libreria L’Argonauta Libri per viaggiare di Roma qualche tempo fa in occasione della presentazione del suo libro Finestre sul mondo. 50 scrittori, 50 vedute (edito da EDT per la collana Piccola biblioteca di Ulisse) e il giorno seguente all’inaugurazione della mostra dei disegni presenti nel libro così abbiamo deciso di addentrarci in questo mondo di linee e segni, di un grande osservatore. A quasi tutti probabilmente è capitato di fermarsi a riflettere guardando fuori dalla finestra della propria stanza o del proprio ambiente di lavoro. Che cosa cercano i nostri occhi in quel paesaggio così consueto e in qualche modo rassicurante? Il nostro pensiero, la nostra esistenza, quanto ne sono influenzati? Matteo Pericoli ha coinvolto cinquanta scrittori da tutto il mondo in una sorta di riflessione collettiva su questo tema, accostando a ciascuna risposta il disegno della finestra, e della relativa vista, ai quali il testo fa riferimento, dalle grandi cupole della Istanbul di Orhan Pamuk alla cangiante New Delhi di Rana Dasgupta, dal semplice patio sudafricano di Nadine Gordimer al giardino milanese di Tim Parks. Il risultato è una polifonia di voci e visioni che rivelano all'autore, e con lui al lettore, delle inattese corrispondenze: «Ho la netta sensazione che una finestra sia qualcosa di più che un punto di contatto o di separazione dal mondo esterno. È anche, e forse soprattutto, una specie di specchio che riflette i nostri sguardi verso l'interno, verso di noi e sulla nostra stessa vita.»

Ho conosciuto Luigi Athos De Blasio qualche mese fa all’inaugurazione di una mostra; abbiamo iniziato a parlare dei suoi quadri e delle tecniche che utilizza, proponendoci di riprendere e approfondire il discorso appena possibile. L’occasione è stata la mostra allestita a Roma per la presentazione di Ubqart, il primo social network dedicato all’arte contemporanea, presso la Casa internazionale delle donne.
Lucano, classe 1973, De Blasio costruisce interamente a Roma il suo percorso artistico, dopo la laurea in filosofia. Si cimenta inizialmente con il collage, per passare in un secondo momento alla pittura su tela vera e propria. Dipinge utilizzando tecniche eterogenee, spaziando dall’astratto al figurativo, prediligendo studi e variazioni sulla figura umana o composizioni di oggetti e nature morte.
La conversazione ha toccato questioni teoriche e problemi più immediati che un artista deve affrontare; abbiamo parlato di come ci si scopre artisti; di cosa vuol dire essere artisti in un contesto esaltante ma difficile come Roma; del rapporto con il pubblico e delle ragioni che spingono ad acquistare opere d’arte.

Immagini come composizioni surrealiste, interattive talora, ologrammi proiettati dove la tecnologia è protagonista e sostituisce senza sminuire il lavoro del pennello. Il fiorentino Michelangelo Bastiani parte dall’incontro delle suggestioni dell’immagine interiore che è dissolvenza, sogno, contaminazione tra fantastico e visivo per restituire agli occhi degli altri visioni di una natura in-naturale, sentita, attraversata.

Il centenario del genocidio armeno che si sta avvicinando è l’occasione per ripensare la ricchezza culturale di questo popolo sconosciuto e dimenticato. Cent’anni fa, infatti, il 24 aprile 1915 aveva inizio uno dei più feroci genocidi che la storia moderna ricordi dopo, non in ordine cronologico, lo sterminio degli ebrei della Seconda Guerra Mondiale. Il genocidio, o il Metz Yeghérn, cioè il Grande Male come viene definito, riguarda il popolo armeno. Tuttavia già negli ultimi anni dell’Ottocento da parte dei Turchi, in verità, era iniziata la persecuzione degli Armeni, ultimo baluardo del Cristianesimo alle porte orientali del mondo. Una cultura ricca, in gran parte orale, difficile da tramandare soprattutto dopo la diaspora che la scrittrice Sonya Orfalian sta recuperando. Dopo aver recensito su queste pagine “A cavallo del vento”, una raccolta di fiabe armene appunto, siamo tornati ad incontrarla. Il racconto della sua storia e del suo impegno sembrano una novella dove i confini tra vero e autentico tracciano la fantasia.

Incontriamo Daniele Cobianchi in occasione dell’uscita del suo terzo romanzo, edito da Mondadori, La sindrome di Hugh Grant, dopo aver pubblicato nel 2013 Dormivo con i guanti di pelle (sempre con Mondadori) e nel 2006 Il segreto del mio insuccesso (Mursia).

Ho incontrato Angelica Russotto quando mi ha regalato il suo primo libro, Quando Milano era da bere, dicendomi che era alla vigilia di una nuova pubblicazione, La fine delle bugie, in uscita il 10 novembre prossimo, un sequel che forse lascia intendere una terza tappa. Questa nuova avventura è preceduta da una campagna fotografica su fb, “Non solo la faccia”, titolo ironico e degno di una pubblicitaria qual è stata Angelica nella sua prima vita, per dire che in questa sto-ria lei è pronta a giocarsi tutto, a dispetto del politicamente corretto.
Facciamo un passo indietro per conoscere Angelica negli Anni Ottanta, periodo nel quale è am-bientata la sua prima storia (recensita su Saltinaria) e capire come nasce l'idea del libro.

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